domenica 15 marzo 2020

                                                      PALOMA NEGRA


Seduto a gambe incrociate in un angolo faccio vagare lo sguardo nella stanza al buio ne accarezzo i confini e ne immagino l'effetto di giorno con la luce verdastra del sole annaspo nello sperma delle mie percezioni alterate e una  malinconica voglia di fuga si insinua nelle braccia abbandonate mi lascio inghiottire dalla trama incerta della notte famelica lasciandomi masticare da luci stroboscopiche corpi sudati e tesi dal movimento fluido e stupefacente della tossicodipendenza che cola negli interstizi del corpo.

Entro nel bagno del locale scivolando come un’ombra. Ho la vista leggermente appannata, le gambe cedono sotto il peso dell’alcool, lui mi segue eccitato, felice, idiota come un cane. Ci mette un attimo mi infila le mani sotto il vestito mentre si slaccia i pantaloni mugolando oscenità che il mio udito non registra


Mi analizzo da fuori e mi vedo camminare malfermo e malvisto uno scheletro di carne inutile potente e mancante incapace di musica insoluto struggente nella sua povertà e il tempo della resilienza è quel ragazzo di cui non ricordo il nome né l'odore che dorme a pochi metri da me sul materasso basso nella camera sgualcita dal sesso appena trascorso e dalla paloma negra la droga dell'attimo fermo e ripetuto infinite volte fino a raggiungere la dimensione del suono e del pianto.
Mi riconosco solo tra le sue fauci magre sogni irrisolti in un corpo irrisolto che non è il mio è dell'altra la sorella di pietra incapace di amare senza di me lei non ama e non si fa amare io amo al punto da morirci dentro un po' ogni volta ad ogni rabbiosa carezza tra sconosciuti io sbiadisco e mi perdo un pezzetto di senso.

È basso, tarchiato con il gel nei capelli e un pene corto largo e peloso che non mi fa né caldo né freddo. Il poveretto si agita, sbuffa grugnisce e dopo poche spinte senza respiro finalmente mi viene tra le cosce.
Fa caldo, un caldo insopportabile ed appiccicoso, mi tiro su le mutande, sistemo il vestito esco dal gabinetto, lui sempre dietro mi mette una mano tozza sulla spalla nuda trasalisco mi giro di scatto e gli dico di andare a farsi fottere dal buttafuori negro all’ingresso.

La mappa degli organi si sbriciola sotto le mani inesperte degli altri che mi attraversano e mi rendono infelice con la loro necessità inferma di amore livido squallido veloce mentre io sogno il guscio protetto della tenerezza la radura incompleta della scoperta per essere sconfitto ogni volta in questa ricerca ipocrita da uomini e donne più disperati e soli di me il nostro è l'amore triste degli illusi e dei superficiali abbiamo tutti paura di essere all'ultimo stadio della perdita.

Mi guarda sorpreso come se non se lo aspettasse, gli occhi bovini mi fissano perplessi e vacui, me lo scrollo di dosso con un gesto della mano. Esce dal bagno lasciandosi alle spalle una scia di insulti, chiudo gli occhi le tempie pulsano, ho un ronzio costante nelle orecchie vorrei vomitare ma non ci riesco. Recupero la giacca e mi spingo fuori per strada, respiro la notte umida, bagnata e densa.

Eppure voliamo sulle città come angeli trasparenti incuranti e scaltri precipitiamo giù Icari di cera nelle vite degli altri mandandole in frantumi fracassando cuori annodando arterie ogni pezzo di vetro un respiro una scheggia una lingua un luogo un desiderio un errore.


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