mercoledì 18 marzo 2020


...Il corridoio di gomma, tutto in questo posto, il pavimento, le pareti le maniglie delle porte è di gomma azzurra, come l'interno di una nave. Si, sembra di camminare in una nave da crociera a basso costo, forse un traghetto, più che una nave, di quelli pieni di famiglie con i panini avvolti nella carta stagnola che una volta scartati liberano un forte odore di frittata alle cipolle, producendo un immediato e invidioso aumento della salivazione della gente intorno, tristemente avvinghiata a piadine di plastica comprate sul posto, pagate come un chilo di filetto e con un vago retrogusto di Malox.
Tutti ugualmente tormentati dalla scomodità delle poltroncine ruvide e dal gelo dell'aria condizionata.
Le strategie di sopravvivenza dei passeggeri, non importa se di mare, di terra o di aria meriterebbero una narrativa propria, un decalogo scrupoloso sulle capacità di adattamento delle persone durante un viaggio, uno spostamento dal punto A al punto B desiderando in ultimo di raggiungere il luogo C.
 C'è chi si muove solo in gruppo, in modo da impiegare il tempo nella cura o nel disturbo del proprio gregge, familiare o amicale che sia a seconda delle attitudini personali di ognuno.  Al contrario c'è chi si muove preferibilmente in solitaria o al massimo in nuclei da due, questa tipologia trasversale a sesso ed età, è facilmente riconoscibile, i passeggeri in solitaria tendono a sostare in porzioni di spazio relativo, spesso marginali come se lo stare da soli diminuisse in automatico la capacità e l'autorizzazione non scritta di occupare lo scompartimento di un treno o il ponte di una nave. Io mi sento così in questo posto dalle luci azzurrine, una passeggera di quelle che viaggiano da sole anche se accompagnate, di quelle che finiscono inevitabilmente a fare la fila all'ufficio oggetti smarriti.
Ci sono giorni in cui lo smarrimento mi sembra essere una costante, fisso lo specchio e mi perdo nella curva violacea delle occhiaie, mi sembra di aver cambiato forma, non interamente solo di alcune parti, non riconosco più la sagoma della schiena o la conformazione del cranio, il colore degli occhi a volte. Per alcune frazioni di secondo non riconosco più la mia faccia, la tocco e mi sembra di toccare quella di qualcun altro. Presa da un dolciastro senso di panico faccio correre i polpastrelli sugli zigomi pronunciati, delineo con la punta delle dita la linea scura della bocca risalgo frettolosamente sul naso un po' schiacciato fino alle setole delle sopracciglia e finalmente trovo conforto e tregua imbattendomi nella cicatrice allungata sulla tempia sinistra.
Quella striscia obliqua, liscia e lucida che non si abbronza mai e che fa tornare il respiro ad essere regolare convincendomi che quella riflessa sono io, questa sotto le mie dita è proprio la mia faccia e che quel non riconoscermi evidentemente è stato un difetto dello specchio.
Questo, non mi mette esattamente paura o angoscia è più una sensazione diffusa di malessere, un gomitolo di ansia morbida tra il bagno e la cucina, che mi accompagna nei gesti più banali e ripetitivi come lavarmi, vestirmi, preparare meticolosamente la macchinetta del caffè, facendo attenzione che la piccola piramide di polvere scura sia ben centrata e lontana dai bordi.
Non mi sento esattamente estranea, resto familiare a me stessa anche se non completamente coincidente. Un’ospite goffa, un’occupante abusiva di un corpo, di un tempo e di uno spazio...


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